Storia della Sicilia - TOURING SICILY

Cerca
Vai ai contenuti

Menu principale:

Storia della Sicilia

Storia della Sicilia


La comparsa dell'uomo e la presenza animale
Fino alla fine degli anni sessanta, l'arrivo dell'uomo sull'isola era datato al periodo epigravettiano del Paleolitico superiore (tra i 30.00 e i 20.000 anni fa).
In quasi tutte le grotte dell'isola, al di sotto dei livelli epigravettiani si trovano strati di sedimento rossiccio (cosiddette "terre rosse") che presentano una ricca fauna pachidermica ora estinta ma nessuna traccia dell'uomo. Assai significativa risulta la presenza dell'elefante(Elephas mnaidriensis, Elephas melitensis ed Elephas falconeri), oltre a quella della iena, dell'ippopotamo e del ghiro gigante Leithia melitensis. Si tratta di specie tipiche dell'isola, il che farebbe pensare a forme di vita ormai isolate, quindi posteriori alla glaciazione Riss. In particolare, le datazioni su questi resti fossili (ottenuti attraverso racemizzazione degli amminoacidi) hanno indicato per l'Elephas falconeri della grotta di Spinagallo un valore di 550.000 anni, mentre 180.000 anni avrebbero i resti di Elephas mnaidriensisdella grotta dei Puntali.
Il quesito sull'origine della presenza umana in Sicilia è legato alla ipotetica esistenza di un collegamento geologico tra la Sicilia e l'Africa o tra la prima e l'Italia, ancora oggi oggetto di discussioni. La profondità del mare tra la Sicilia e Capo Bon si mantiene sui 200 metri di profondità, ma nella fascia centrale c'è una spaccatura larga alcune decine di chilometri, ed è dubbio che questa spaccatura sia mai stata sgombra d'acqua, anche in qualche epoca glaciale.
In alcune località della Sicilia meridionale e occidentale sono stati rinvenuti, a svariate riprese ma sempre al di fuori di contesti stratigrafici, manufatti litici assimilabili per tipologia ai pebble tools del Paleolitico inferiore o alle amigdale acheuleane.. Alcuni autori, tra i quali R. Vaufrey e G. Bianchini, datano questi manufatti al Paleolitico inferiore, mentre F. Nicoletti li inquadra nell'ambito del fenomeno campignano, databile tra il Neolitico e l'età del Bronzo . Rimane un dato di fatto che molti di questi manufatti sono stati ritrovati in associazioni stratigrafiche con materiali olocenici e che, definitivamente smentiti i rinvenimenti di resti umani attribuiti ad Homo erectus, la più antica testimonianza umana sull'isola datata con il radiocarbonio 14 è l'Epigravettiano finale della Grotta dell'Acqua fitusa, presso Agrigento, non più antico dell'ultimo Pleniglaciale di Wurm (circa 16.000 anni dal presente)
Attenendosi a questa ricostruzione, interpretando quindi i pebble tools come resti molto più tardi, da inquadrare nel campignano (dal nome di Campigny, in Normandia, dove è stata individuata una facies sviluppatasi dal Neolitico al II millennio a.C.), la comparsa dell'uomo sull'isola coinciderebbe con il fenomeno di miniaturizzazione dei manufatti litici, un'evoluzione universalmente attestata che facilitò l'innesto dei manufatti su supporti lignei o ossei.[8]. Il microlitismo prenderà comunque piede in Sicilia, in modo inequivocabile, nel Mesolitico. Questi cacciatori epigravettiani della Sicilia non poterono incontrare le varie specie endemiche di elefante nano, né l'Hippopotamus pentlandiMeyer (quello della grotta di San Teodoro, con il metodo della racemizzazione degli amminoacidi, è stato datato intorno ai 190.000 anni fa ). Gli unici grandi mammiferi che vivevano in questa epoca erano l'Equus asinus hydruntinus, un equide simile all'asino e i bovidi di tipo Bos taurus e Bos primigenius. Altre prede dell'uomo erano ilcinghiale (Sus scrofa ferus), la volpe, la capra, il cervo.

Paleolitico superiore
Il Paleolitico superiore sembra essersi sviluppato in Sicilia con un certo ritardo rispetto a quello peninsulare: delle tipiche industrie post-musteriane sono rappresentate solo le fasi più tarde. Le evidenze archeologiche più importanti, almeno in termini di quantità, provengono dalle grotte della costa nord-occidentale e sud-orientale dell'isola. Esse sono il prodotto di campagne di ricerca che hanno evidentemente sottovalutato la ricchezza dei resti di altre zone. Non sono mai state rintracciate nelle sequenze archeologiche riferibili a questo periodo sovrapposizioni tra tipologie di industria diverse, in modo da consentire di relazionarle tra loro nel tempo: si è quindi soliti adottare in questi casi metodi statistici ed evidenziare tendenze, anche se a volte tale metodologia è ostacolata dal fatto di avere a disposizione soltanto dati e analisi provenienti da scavi vecchi, effettuati senza curarsi del mantenimento della sequenza stratigrafica.
L'approccio statistico di Georges Laplace ha consentito di concludere che le origini del Paleolitico superiore in Sicilia vanno poste all'inizio dell'Aurignaziano evoluto (come al riparo della Fontana Nuova di Marina di Ragusa, risalente a circa 30.000 anni fa). Concorda con questa opinione Luigi Bernabò Brea A Fontana Nuova, l'industria litica si caratterizza per l'assenza di lame e punte a dorso abbattuto, uno dei manufatti caratteristici dei più tardi complessi epigravettiani. Il piano di percussione di alcune lame indica una certa arcaicità, collegabile a tipologie musteriane. Una differenza notevole rispetto alle tipologie proprie dell'Aurignaziano è l'assenza di punte d'osso a base spaccata, forse perché quegli strumenti erano ormai in disuso (uno dei motivi per cui Laplace propende per una datazione bassa del complesso). Unico risulta infine essere un piccolo cilindro di calcare, di sezione ellittica e con alcune tacche disposte in parallelo, apparentemente delle marques de chasse, cioè dei promemoria indicanti il numero di prede uccise. L'attribuzione dell'industria del riparo all'Aurignaziano è stata confermata da una serie di studi[13] compiuti negli anni novanta, nel corso dei quali si è proceduto anche allo studio della fauna e dei pochi resti umani associati. L'insieme faunistico appare nettamente dominato dal Cervus elaphus ( 92% circa dei reperti identificati), a cui si affiancano pochi resti di uro e cinghiale.

Orizzonte epigravettiano
Le incisioni rupestri della grotta dell'Addaurareplicate al Museo Archeologico Regionale di Palermo
A parte l'industria di Fontana nuova, ipoteticamente attribuita all'Aurignaziano medio o evoluto, le altre industrie litiche rinvenute in Sicilia, almeno le più antiche, appartengono tutte a un momento assa avanzato del Paleolitico superiore che sull'isola prende il nome di Epigravettiano finale siciliano e sono attribuite a gruppi umani giunti dallapenisola.
La punta a dorso abbattuto è il manufatto tipico dell'orizzonte che prende il nome dal sito francese di La Gravette.  Questa punta veniva scheggiata fino ad ottenere un lato lungo poco o per nulla ritoccato e un lato "abbattuto", cioè fittamente scheggiato. La sezione risulta essere triangolare. È uno strumento di caccia che provocava lacerazioni e contusioni, con il fine di uccidere la preda, se non per l'effetto della ferita, almeno per il dissanguamento provocato dalle grandi emorragie.
Oltre alla macrofauna terrestre, prede dell'uomo erano i molluschi raccolti a riva, ma anche di terra (Patella ferruginea e Patella caerulea; Trochus). Se è vero che la dieta si basava comunque sulla caccia, è però possibile che tanto la raccolta dei molluschi che la pesca si incrementassero nel Mesolitico.
I gruppi umani dell'Epigravettiano frequentavano le numerose grotte dei litorali siciliani, particolarmente quelli trapanese, palermitano e siracusano. Costituivano gruppi verosimilmente nomadi o solo stagionalmente stanziali. Le principali attività, come lacottura dei cibi, la lavorazione delle pelli, del legno, delle ossa e della pietra, e forse anche le pratiche religiose e certamente la sepoltura sono testimoniate principamente all'interno delle grotte. Per quel che riguarda le isole minori, solo Favignana e Levanzo, che durante l'ultima glaciazione erano unite alla costa traanese, hanno restituito testimonianze di questo periodo.
Lo schema proposto da Laplace profila tre facies:
un epigravettiano antico, rappresentato da un complesso scavato agli inizi del XX secolo in una zona imprecisata nei pressi diCanicattini Bagni, da alcuni scavi nell'entroterra siracusano e dalla grotta Niscemi, presso Palermo. In quest'ultima le pareti presentano incisioni rupestri zoomorfe;
un epigravettiano evoluto, rappresentato dalla grotta di Cala dei Genovesi nell'isola di Levanzo e dal riparo di San Corrado nell'entroterra siracusano;
un epigravettiano finale, rappresentato dalla grotta di San Teodoro Acquedolci, dalla grotta Corruggi (nei pressi di Pachino), dalla grotta Mangiapane e dal riparo del Castello di Termini Imerese.

Mesolitico
Il Mesolitico ("età della pietra di mezzo") è un termine che indica in paleoetnologia tutte quelle manifestazioni umane post-pleistoceniche ma non ancora compiutamente neolitiche, quindi precedenti l'affermarsi della rivoluzione agricola. Il peculiare modo di sussistenza mesolitico si basava sulla caccia, la pesca e la raccolta. La caccia non era più quella delle grandi prede pleistoceniche: la taglia della fauna era ora inferiore. Il microlitismo mesolitico era caratterizzato da forti accenti geometrici. Anche se non sempre riscontrabile, l'ipotesi è che, in questo lasso di tempo, le abitazioni umane si fossero spostate dalle grotte a siti all'aperto: baricentro della vita umana sarebbero divenuti i bacini idrici restituiti dall'arretramento dei ghiacci. In generale, dunque, il termine mesolitico indica quelle industrie litiche di gruppi umani discendenti dei cacciatori paleolitici. Tali gruppi umani adattarono il loro armamentario litico alle mutate condizioni climatiche (i ghiacciai avevano lasciato spazio, nell'Europa centrale e settentrionale, a grandi laghi, zone paludose e tundra, ben presto soppiantati da foreste), senza però aver ancora ricevuto gli stimoli orientali che introdussero in Occidente l'agricoltura. In Italia, questo cambiamento climatico fu certamente meno sensibile che nel resto d'Europa. Anche per questa ragione, non è semplice individuare un Mesolitico siciliano: registrare questo passaggio sull'isola (in un'epoca che va dai 10.000 ai 5000 anni fa) è possibile solo in alcune grotte[senza fonte] (quella di Corruggi, quella dell'Uzzo, nei pressi di Erice, e la Cala dei Genovesi).
L'industria litica dell'orizzonte mesolitico siciliano è quasi del tutto operata su selce e presenta numerosi denticolati. Ad essa sono associate[senza fonte] punte e spatole d'osso e ornamenti (come denti atrofici di cervo). I giacimenti mesolitici siciliani sono ancora in via di definizione, essendo il termine "Mesolitico" relativamente recente. Il giacimento che ha dato il via[senza fonte] alla ricognizione di un Mesolitico siciliano è il riparo della Sperlinga (Novara di Sicilia).
L'orizzonte mesolitico siciliano è caratterizzato anche da un mutamento nelle rappresentazioni figurative[senza fonte]: dal naturalismo di Levanzo e dell'Addaura, si passa ad uno schematismo alquanto accentuato.
Per quel che riguarda le sepolture, sarebbero da attribuire al Mesolitico  quelle dell'Uzzo e della Molara (nella Conca d'Oro dell'entroterra palermitano). Venivano deposti uno o due individui per tomba e i corpi venivano adagiati su uno strato di ocra gialla. La fossa era poi ricoperta di pietre. L'orientamento dei corpi non appare definito, mentre è sempre assente il corredo funerario, se si eccettua qualche raro dente di cervo o qualche ciottolo ben lavorato. Le sepolture mesolitiche siciliane sono dunque povere di quella serie di piccoli oggetti ornamentali (conchiglie forate, denti e pietre), al contrario di quanto accade per le deposizioni mesolitiche europee.

L'arte rupestre paleo-mesolitica
La datazione delle rappresentazioni parietali in Sicilia risulta complessa, poiché, salvo che in pochissimi casi, esse non sono state ritrovate coperte da depositi archeologici. Per lo più, si fa riferimento alla patina che ricopre i segni (ma più per stabilire la sicura arcaicità che per determinare esattamente la datazione) o al contenuto delle raffigurazioni.
I più importanti esempi pervenuti di raffigurazioni parietali in Sicilia sono la grotta di Cala dei Genovesi e quella dell'Addaura. La grotta dei Genovesi (o dei Cervi) si trova a circa mezz'ora a piedi, verso nord ovest, dall'unico villaggio di Levanzo. Quest'isoletta era un tempo collegata alla Sicilia e l'agevole passaggio è suggerito anche dall'abbondanza della tematica animale nelle raffigurazioni parietali: 32 figure, di cui 29 animali, con dimensioni che variano dai 15 ai 30 centimetri. Una datazione assoluta con il carbonio-14 ha indicato il X millennio a.C.
Anche nella grotta dell'Addaura, a pochi chilometri da Palermo, la raffigurazione parietale pone insieme animali e uomini. Il grupporitenuto il più antico ha tratto leggero. Sovrapposto a queste figure c'è un altro gruppo, inciso più a fondo. Un terzo gruppo, anch'esso inciso in profondità, è composto da pochi animali, con stile diverso, più contratto, forse prodotto di una cultura posteriore decadente. Il secondo gruppo è quello di maggiore interesse, soprattutto perché caratterizzato dalla quotidianità dell'attività umana, cosa alquanto rara nell'arte preistorica. I disegni appartengono al Paleolitico superiore; è possibile chesiano coevi al talus scavato da Jole Bovio Marconi e, in questo caso, apparterebbero all'epigravettiano evoluto, anche se non è possibile dirlo con certezza.

Neolitico
Scavi sistematici effettuati a partire dal 1950 a Lipari hanno rivelato testimonianze importantissime e stratificate di tutte le civiltà che dal Neolitico (VI millennio a.C.) in poi hanno colonizzato l'isola. Anche questo era un centro di produzione di ossidiana e di ceramiche. Particolarmente significative sono le rovine del villaggio neolitico sul promontorio di Capo Graziano a Filicudi.

Età del bronzo
Venti chilometri a ovest di Noto è stata individuata la necropoli dell'importantissimo l'insediamento di Castelluccio che ha permesso di tipizzare l'importante fase di civilizzazione (tra 1650 a.C. e 1250 a.C.) detta Cultura di Castelluccio; questi studi hanno permesso di scoprire  data la coincidenza delle ceramiche di tipo egeo, l'intensa relazione commerciale con Malta in tale periodo. A Panarea il ritrovamento di un villaggio a Cala Junco, con una cinquantina di capanne circolari ed ovali atte all'alloggio di circa 220 individui, ha fornito la testimonianza di commerci con il mondo miceneo, confermata dai ritrovamenti di Thapsos (nel comune diPriolo Gargallo), Milazzo, Filicudi, Pantalica e Siracusa.

Le invasioni
Secondo Diodoro Siculo intorno al XIV-XIII secolo a.C. le isole Eolie vennero attaccate e occupate dagli Ausoni guidati dal condottiero Liparo (da cui prese il nome l'isola maggiore). Gli scavi archeologici confermano il fatto che a partire dal 1270 a.C. nei villaggi eoliani risultano tracce di distruzioni violente ed improvvise. Dopo tale periodo la vita riprese, nella zona del castello di Lipari, ma in maniera diversa come usi, utensili e tipo di insediamento, molto simile a quello dei siti del continente italico.
Verso la metà del XIII secolo arrivarono i Sicani un popolo non indoeuropeo, secondo Tucidide  provenienti dalla zona iberica e in fuga perché cacciati dai Liguri. I Sicani sconfissero gli abitanti locali, di razza gigantesca, che Tucidide chiama Ciclopie Lestrigoni. I Sicani si stanziarono principalmente al centro e nella zona sudoccidentale della Sicilia. Tracce di loro rimangono nella necropoli di Caltabellotta con le caratteristiche tombe a camera, nella valle del Platani nell'antica città di Camico (mai identificata, tuttavia alcuni autori sostengono possa trattarsi di Sant'Angelo Muxaro)  con le sue ceramiche scure con decorazioni impresse e segni del culto antico della Madre terra. Vennero presto spinti verso l'interno dall'arrivo degli Elimi, i fondatori di Segesta ed Erice.
Nella tarda Età del bronzo i Micenei, in crisi per motivi politici ed economici, cominciarono a scomparire dalla scena mediterranea. Al loro posto arrivarono dal nord altri popoli. Ellanico di Mitilene narra  dei Siculi e degli Ausoni, scacciati dagli Enotri attorno al1260 a.C. In particolare furono i Siculi, popolo latino-falisco affine ai Latini, a importare nell'isola l'uso del cavallo e il culto dei morti.

Età del ferro
L'età del ferro, in Sicilia, si situa tra il 1200 e il 1100 a.C.  Reperti del periodo sono presenti a Barcellona Pozzo di Gotto, Monte Finocchito (Noto), Sant'Angelo Muxaro. Ultima infine, tra XI e X secolo a.C., avvenne la penetrazione dei Fenici ritenuti i fondatori di Solunto, Mozia, Palermo e Lilibeo.
Tra il XIII e l'VIII secolo a.C., il periodo precedente all'arrivo dei Greci in Sicilia, l'isola risultava così suddivisa tra quattro popoli: Siculi, Sicani, Elimi e Fenici.

Gli aborigeni isolani nelle fonti classiche
Le testimonianze greche
Quando i Greci, nel VII secolo a.C., si installarono sull'isola, pur avendo già migliorato l'alfabeto fenicio non avevano ancora preso l'abitudine di mettere per iscritto le loro vicende. Il resoconto di Tucidide riferisce che i coloni si imbatterono nei Siculi nella metà orientale e nei Sicani nella parte occidentale. La testimonianza di Tucidide è la più antica tra quelle pervenute ed è tratta daAntioco di Siracusa autore di una Storia della Sicilia dalle origini fino al 424 a.C. Essa risulta comunque poco affidabile: se già per Omero ed Esiodo la Sicilia era un luogo mitico quanto il lontano Occidente, abitato da mostri e poco esplorato, anche Tucidide fa riferimento a Ciclopi e Lestrigoni.

Epoca greca
La Sicilia entra nell'età storica con la colonizzazione greca, che inizia con la fondazione di Naxosper opera dei Calcidesie di Siracusa per opera dei Corinzi, verso la metà del VIII secolo a.C.; sempre i Calcidesi, ma in data imprecisata, fondarono Zancle (oggi Messina). Naxos, a sua volta fondò Katane (Catania) e Leontinoi e i greci megaresi fondaronoMegara Hyblaea. Nella prima metà dell'VII secolo a.C. sorsero Ghelas per opera dei rodio-cretesi ed poi Akrai ed Eloro per opera dei siracusani. Selinunte per opera dei megaresi di Sicilia ed Himera, opera dei calcidesi-zanclei, sorsero a metà del VII secolo. Al principio del VI secolo Akragas (Agrigento) fu fondata dai gelesi mentre i siracusani fondarono Kamarina. Verso la metà del VI secolo a.C. greci di origine calcidese giunsero a Morgantina. Già prima dei Greci giunsero sull'isola i Fenici. Nel secolo VI la costa occidentale dell'isola apparteneva ai Cartaginesi, fondatori di Zyz (Palermo), Mozia (Isola di San Pantaleo) e di Solunto (oggi Santa Flavia) mentre le città diEryx (oggi Erice) e Segesta furono fondate dagli Elimi.
La civiltà dei discendenti dei Greci stabilitisi in Sicilia (Sicelioti) è analoga a quella della Grecia propriamente detta. La loro entità politica è la "polis", la città-stato; anche quando si formano stati più vasti, questi sono pur sempre aggregati ad essa. Non pare che nelle città siceliote (come neppure in quelle italiote) vi sia stata mai la monarchia, sebbene prerogative monarchiche ebbero alcuni tiranni sicelioti. L'aristocrazia fondiaria mantenne generalmente il potere fino alla metà del secolo VI; gareggiò poi con essa la plutocrazia industriale e commerciale. Successivamente al periodo di egemonia aristocratica si ha la lotta tra l'aristocrazia e il popolo, mirante quest'ultimo ad ottenere l'uguaglianza dinanzi alla legge (donde le legislazioni attribuite a personaggi leggendari, tra i qualiCaronda) e la partecipazione ai diritti politici. L'opposizione all'aristocrazia favorì, come in Grecia, il sorgere dei tiranni, che intorno al 500 a.C. salirono al potere in quasi tutte le città siceliote.
La Sicilia fu, al pari della Magna Grecia, un centro di cultura greca: si ricordano Archimede, Caronda, Empedocle, Epicarmo, Gorgia,Sofrone e Stesicoro. Splendida fu la fioritura artistica, specialmente nell'architettura religiosa. Tra la fine del secolo VII e il principio del VI sorsero i primi templi, ad esempio, a Siracusa e Agrigento; nel corso del VI secolo si ebbero le grandi costruzioni dei templi dorici. Con le costruzioni architettoniche si sviluppò la decorazione scultorea: famose sono le metope di Selinunte. Di grande valore artistico sono anche le monete delle città siceliote.
Al primo posto per importanza politica in Sicilia fu Siracusa, che divenne antesignana nella lotta con Cartaginesi ed Etruschi. La sua ascesa risale al principio del V secolo sotto il tiranno Gelone, vincitore adImera (circa 480) dei Cartaginesi, mentre il fratello e successore Gerone sconfisse gli Etruschi a Cuma per mare (474). Dopo la sua morte si ebbe a Siracusa una rivoluzione in senso democratico, che provocò il ristabilimento dell'indipendenza delle città siciliane assoggettate dai tiranni siracusani. Siracusa tuttavia proseguì la sua attività marittima fin nell'Italia centrale. Si ebbe in Sicilia un tentativo dei Siculi di liberarsi dal dominio greco e di costituire un regno proprio sotto Ducezio, tentativo che finì per fallire (460-440). Nella seconda metà del V secolo Atene venne a contrastare la potenza della dorica Siracusa, ma la grande spedizione ateniese del 415-413 a.C. finì in un disastro. Di quest'indebolimento dei Greci approfittò Cartagine per una ripresa in Sicilia, occupando nel 409 a.C.Selinunte e nel 405 a.C. Agrigento. Siracusa venne alla riscossa sotto il tiranno Dionigi il Vecchio, che però non spinse a fondo la guerra contro i Cartaginesi perché impegnato nella sottomissione delle città siceliote e nei tentativi espansionistici in Italia, ove si spinse fin nell'Adriatico superiore. Dopo la sua morte si ebbe a Siracusa un lungo periodo di sconvolgimenti, terminato nel 343 con il ristabilimento della libertà per opera di Timoleonte, il quale vinse i Cartaginesi, promosse la liberazione delle città siceliote e la loro alleanza.
Siracusa riprese la politica egemonica intorno al 316 a.C. per opera del tiranno Agatocle, che sottomise le altre città greche, assunse il titolo di re (305) e combatté contro Cartagine. Morto lui (289) Siracusa tornò in libertà. Premuta nuovamente da Cartaginesi, essa, assieme ad Agrigento, invitò Pirro re dell'Epiro che era venuto in Italia su chiamata di Taranto, a combattere i Romani. Pirro passò in Sicilia e ottenne successi; ma la discordia insorse tra lui e i suoi alleati ed egli allora fece ritorno sul continente. I Cartaginesi ristabilirono la loro potenza sull'isola, mentre Siracusa doveva difendersi dai Mamertini, mercenari campani impadronitisi di Messina. Durante la guerra contro di essi si ebbe la costituzione a Siracusa della nuova tirannia di Gerone II (270) e l'intervento dei Romani, chiamati dai Mamertini. Di qui l'inizio della prima guerra punica.

Epoca romana
A seguito della prima guerra punica(264-241 a.C.) l'isola fu assoggettata da Roma, che ne fece la sua prima provincia: una parte del territorio venne considerato ager publicus mentre il resto fu sottoposto a tributo. Vi si mantennero tuttavia, o vi si formarono, città federate (fra cui Siracusa, che mantenne per alcuni decenni una limitata autonomia) e municipi romani. Per quanto concerne l'ambito economico-produttivo il territorio siciliano fu coltivato estensivamente a frumento per approvvigionare Roma, al punto tale da definire le Sicilia stessa il granaio di Roma.
Durante la seconda guerra punica (218-202 a.C.) vi furono ribellioni siceliote contro i Romani, principalmente ad Agrigento e Siracusa. Celebre fu il lungo assedio che quest'ultima subì da parte dell'esercito romano, che culminò nel 212 a.C. con l'espugnazione e il saccheggio della città. Le misure repressive che vennero adottate da parte dei vincitori recarono un grave colpo alla Sicilia. Siracusadivenne una città tributaria, mentre l'intera popolazione di Agrigento fu ridotta in schiavitù, venduta e sostituita da siciliani provenienti da zone rimaste fedeli a Roma. Le confische di beni e territori portarono allo sviluppo del latifondo e a una stagnazione della popolazione isolana, costituita in gran parte da schiavi che diedero vita alle guerre servili. Fra queste ultime rivestì una certa importanza quella scoppiata nel 138 a.C., in cui emerse anche un risveglio di sentimenti d'indipendenza da parte di alcuni centri abitati dell'isola. La feracità dell'isola fece di essa, fin da tarda età repubblicana, una delle regioni cereagricole più importanti del mondo romano. Dopo la morte di Giulio Cesare, la Sicilia fu governata, per alcuni anni, insieme alla Sardegna, da Sesto Pompeo. In età augustea si moltiplicarono gli stanziamenti dei veterani e dei coloni romani che favorirono il processo di latinizzazione di gran parte dell'isola. Essa, tuttavia, nell'ordinamento delle regioni augustee, era considerata come non facente parte dell'Italia. La concessione generale della cittadinanza romana fatta a suo tempo da Marco Antonio non fu tuttavia mantenuta da Cesare Augusto, il quale però assegnò alle principali città lo status di municipio romano o di colonia latina.
La Sicilia godette di un relativo benessere fino ad epoca Antonina, ma nel III secolo partecipò al generale processo di decadenza economica e politica dell'Impero. Con il nuovo ordinamento amministrativo ideato da Diocleziano e mantenuto in massima parte dagli imperatori successivi, la Sicilia, con la Sardegna e la Corsica, venne unita amministrativamente all'Italia. All'effimera ripresa culturale ed economica dell'Impero durante il IV secolo l'isola non restò probabilmente estranea: di quest'epoca è la celebre villa romana del Casale di Piazza Armerina, che con i suoi 3.500 m² di mosaici. costituisce uno dei più superbi esempi di arte romana tardoantica. Attorno alla metà del V secolo i Vandali, stabilitisi in Africa, s'impadronirono dell'isola.

Età medievale
La dinamica dell'Incastellamento (insediamento fortificato) in Sicilia durante i secoli dell'alto Medioevo, pur con tutte le imprecisioni dovute alla scarsità delle fonti documentarie quasi inesistenti fino all'XI secolo, si delinea con caratteristiche del tutto peculiari e specifiche, non permettendo un parallelo proficuo con altre aree geografiche meglio studiate.

Epoca gotica e bizantina
Alla caduta dell'Impero Romano d'Occidente, Odoacre ne ottenne la restituzione da Genserico dietro pagamento di tributo; Teodorico ne conservò il possesso senza più pagare il tributo. I Goti non fecero stanziamenti in Sicilia, rimanendo effettivamente nel dominio deilatifondisti romani (fra cui principale il vescovo di Roma) e questo facilitò la sua immediata adesione al generale imperiale Belisarioquando vi sbarcò nel 535 d.C. iniziando la riconquista dell'Italia. L'isola rimase per tre secoli sotto la dominazione bizantina senza far parte né della circoscrizione italiana, né di quella africana, in dipendenza diretta da Costantinopoli, come una specie di demanio imperiale. È universalmente nota la grandissima influenza che continuò ad avervi la chiesa romana. I Longobardi, che non ebbero flotta, non misero mai piede in Sicilia. Cominciarono invece colà già nel VII secolo le incursioni musulmane dall'Africa.

Epoca islamica
L'occupazione stabile dell'isola da parte dei Musulmani non ebbe inizio però se non con lo sbarco a Mazara del Vallo nell'827. La conquista proseguì lentamente: nell'831 fu presa Palermo, nell'843 Messina, nell'859 Enna (Castrogiovanni). Rimase ancora ai Bizantini (ma forse è meglio dire in anarchia dato che le flotte bizantine lasciarono la Sicilia da sola) una striscia ad oriente con Siracusa, che cadde solo nell'878, eTaormina, che resse ancora fino al 902, completando infine con Rometta l'occupazione della Sicilia e dei suoi arcipelaghi nel 965. Il dominio dei Musulmani in Sicilia fu assicurato per secoli dai loro stanziamenti dell'Italia meridionale che ne formarono come il propugnacolo, dalla divisione politica dell'Italia e dall'impotenza degli imperatori cristiani.

Epoca normanna
Furono invece i Normanni stabilitisi nel Mezzogiorno che, prima ancora di compiere la conquista del continente, si rivolsero a togliere l'isola ai Musulmani. Ruggero I d'Altavilla iniziò l'impresa nel 1060 e la compì nel 1091 tenendo la Sicilia col titolo comitale come feudo di Roberto il Guiscardo. A lui successe Ruggero II, che alla Sicilia riunì il Mezzogiorno continentale ed ebbe nel 1130 dall'antipapa Anacleto II, e poi nel 1139 da Innocenzo II, la corona di Sicilia come feudo della Santa Sede. Scelse come sede reale, la cittadina diCefalù, dove fece erigere nel 1131 la Basilica Cattedrale come suo mausoleo. Gli successe il figlio Guglielmo il Malo (1154-1166), così detto per la durezza con cui egli, o piuttosto il suo potente ministro, l'ammiraglio Maione di Bari, represse le rivolte dei grandi, specialmente di Puglia. Questi si erano rivolti a Federico Barbarossa e all'imperatore bizantino Manuele I Comneno. Le milizie bizantine sbarcarono in Puglia, occupando Brindisi e Trani e posero l'assedio a Brindisi (1156). Andarono però perdute le conquiste di Ruggero II.
Successo a Guglielmo I il secondogenito Guglielmo il Buono(1166-1189), il regno si andò pacificando. Nella contesa tra il papato e i comuni da una parte e il Barbarossa dall'altra, Guglielmo II stette con i primi per difendersi dalle mire imperiali. DopoLegnano egli concluse a Venezia, al pari dei comuni lombardi, una tregua con il Barbarossa (1177) e la pace a Costanza (1183).
Il che favorì un'intesa fra impero tedesco e regno normanno: Guglielmo II fidanzò l'unico discendente legittimo della dinastia, Costanza d'Altavilla, figlia di Ruggero II, con il figlio dell'imperatore Enrico (1184). Il matrimonio fu celebrato a Milano nel gennaio 1186.
Morto Guglielmo II, contro Enrico VI si levò un forte partito che gli oppose un rampollo illegittimo della casa normanna, Tancredi, conte di Lecce, che fu riconosciuto da papa Clemente III. Una prima spedizione di Enrico VI (1191) non riuscì nella conquista del regno; una seconda, avvenuta dopo la morte di Tancredi (febbraio 1194), portò al successo, e alla fine del 1194 Enrico fu incoronato Re di Sicilia a Palermo. Tentativi di rivolta furono da lui ferocemente repressi. Egli intendeva fare del regno una base per una grande spedizione contro l'impero bizantino, ma la morte sopraggiunse improvvisamente a Messina nel settembre 1197.
La storia della Sicilia sotto suo figlio, Federico II, detto stupor mundi, il quale procedette ad un riordinamento generale del regno, è narrata nella voce relativa; e il seguito di essa in quella
su Manfredi. Caduto questi a Benevento (1266), Carlo I d'Angiò, al quale il pontefice aveva trasmesso il regno, ne rimase padrone; e vana riuscì la spedizione di Corradino (1268), che venne decapitato a Napoli.

Epoca angioina
La Sicilia fu particolarmente malcontenta del governo angioino, innanzitutto per il suo fiscalismo. Alcune parziali sollevazioni in favore di Corradino vennero ferocemente domate con lo sterminio d'intere cittadinanze, e molti nobili furono spogliati per dare i loro beni ai francesi. Inoltre la Sicilia si sentiva posposta a Napoli, ove Carlo aveva la sua sede. Il popolo era malcontento anche per il modo licenzioso con cui i francesi trattavano le donne siciliane: malcontento che scoppiò nell'insurrezione dei Vespri Siciliani, iniziata il 31 marzo 1282, cui seguirono l'intervento di Pietro III d'Aragona acclamato re di Sicilia e la guerra cosiddetta del Vespro fra Angioini e Aragonesi.

Epoca aragonese
Con la pace di Caltabellotta (1302) la Sicilia rimase a Federico III di Aragona col titolo di re di Trinacria. Alla sua morte l'isola avrebbe dovuto tornare agli Angioini; invece Federico fece riconoscere per successore il figlio Pietro. Di qui una lunga guerra fra i due regni che fu inconcludente e assai dannosa, con incursioni reciproche e sbarchi sulle coste e con la legislazione e l'appoggio dato a re Roberto; a Pietro successe Luigi (1342-1355). Sotto di lui e il suo successore Federico III, Giovanna I di Napoli e il maritoLuigi di Taranto intervennero, chiamati da molti signori, ricevettero a Messina (1356) l'omaggio dei sudditi siciliani e per qualche tempo furono nella maggior parte dell'isola. Ben presto però Federico riprese il sopravvento; e nel 1372 fu conclusa la pace, per la quale la Sicilia rimaneva alla casa cadetta aragonese come del papa. L'isola rimarrà indipendente e con una propria dinastia regale fino al 1410 circa. Morto Federico III nel 1377, la successione della figlia Maria non venne riconosciuta da Pietro IV d'Aragonadel ramo principale, che cedette i suoi diritti sulla Sicilia al secondogenito Martino il Vecchio, il quale li trasmise al figlio Martino il Giovane. L'isola si divise in fazione aragonese e siciliana, quest'ultima dominata dai potentissimi baroni Chiaramonte. La regina Maria fu fatta prigioniera dalla fazione aragonese, condotta in Spagna e maritata a Martino il Giovane, e questi venne coronato a Palermo (1392). Pure la guerra civile continuò sin verso la fine del secolo. Morti Maria (1402) e Martino il Giovane (1409), Martino il Vecchio re d'Aragona si dichiarò erede del Regno di Trinacria; ma, morto anche lui quasi subito dopo (1410) ed estintasi la casa d'Aragona, seguì un periodo d'interregno e confusione, finché i siciliani, al pari degli Aragonesi, riconobbero il figliolo della sorella di Martino il Vecchio, Ferdinando di Castiglia, venendo così a riunire i due regni di Aragona e di Sicilia con l'isola che perdette l'indipendenza.
In Sicilia i primi re aragonesi emanarono molte costituzioni per difendere i diritti popolari dagli abusi feudali e fiscali, e costituirono definitivamente l'istituto del parlamento, un'assemblea d'origine normanna composta di nobili, clero e deputati delle città regie (cioè non feudali), cui fu riservato il diritto di deliberare pace e guerra, di votare le imposte, di censurare i pubblici ufficiali. I re per tener a freno la nobiltà favorirono anche le libertà municipali; ma, nonostante tutto questo, i feudatari acquistarono un potere preponderante a danno dell'autorità regia e dei comuni. Tutto ciò portò l'isola ad una profonda decadenza. Da questi eventi e dalle loro ripercussioni in Sicilia si favorì la ripopolazione e la costruzione di nuovi centri abitati, anche da colonie non siciliane.
Alfonso d'Aragona re di Sicilia, figlio di Ferdinando di Castiglia, acquistò anche Napolinel 1442. Ma alla sua morte (1458) la riunione ebbe termine, perché la Sicilia passò con l'Aragona al fratello Giovanni II d'Aragona, mentre Napoli fu lasciata daAlfonso, come acquisto personale, al figlio naturale legittimato, Ferdinando

Età moderna
Con Ferdinando il Cattolico figlio di Giovanni, re di Aragona e di Sicilia, che condivise con Isabella il governo dei regni di Castiglia e di Aragona, si ebbe la conquista del Napoletano (1501-03) da lui operata contro la Francia. Ferdinando regolamentò l'istituto del viceré rendendo la carica triennale, attuò una grande riforma fiscale che gli assicurò il consenso parlamentare alla richiesta dei donativi in cambio di una convocazione certa e regolare del Parlamento, ordinariamente ogni tre anni, ed attuò nel suo lungo regno una serie di riforme che disegnarono il sistema di governo del regno per i seguenti due secoli. Prevalentemente a Palermo (a volte a Messina) risiedé un viceré, alter ego del sovrano lontano, che doveva attenersi nella sua azione ai poteri previsti dagli ordinamenti del Regno di Sicilia. Nel sistema imperiale degli Austrias infatti, ogni Regno o territorio che ne faceva parte (Castiglia, Aragona, Catalogna, Sicilia, Sardegna, Napoli, Milano, paesi Bassi etc.) manteneva i suoi ordinamenti politici, le sue istituzioni, le sue leggi. le sue unità di misura, la sua moneta, la sua lingua, e dal punto di vista giuridico nessuno poteva 'dominare' sugli altri. Il re legittimo, che casualmente era re e principe di altri territori, poteva esercitare il potere nei modi e nelle forme stabilite dalle costituzioni del Regno e dai capitoli sottoscritti e giurati tra re e communitas Siciliae (regime pattizio). Pertanto le antiche consuetudini, immunità e i privilegi dei vari ceti (feudalità, nobiltà cittadina, clero) rappresentati nel Parlamento del Regno rimasero in vigore e la loro conservazione e salvaguardia costituì l'ideologia ufficiale dei ceti dirigenti siciliani. Sotto il governo degli Austrias (Carlo V imperatore e I di Sicilia, Filippo II, Filippo III, Filippo IV, Carlo II) la Sicilia ebbe un periodo di grande sviluppo economico, sociale, religioso, artistico, demografico che grosso modo durò per tutto il Cinquecento sino ai primi decenni del Seicento, e fu poi coinvolta nella crisi e nel declino dell'Impero spagnolo (bellicismo, fiscalismo, tradizionalismo economico e sociale) anche a causa della grande crisi generale del Seicento e della marginalizzazione del sistema economico mediterraneo a favore della nuova economia atlantica. Nel periodo spagnolo moderno la popolazione siciliana raddoppiò, nacquero decine di nuovi paesi nell'area interna cerealicola (colonizzazione interna), Palermo passò da 30.000 abitanti a 140.000, Messina da 25.000 a 90.000, entrando nel ristretto novero delle prime dieci città europee per popolazione, ricchezza, e bellezza urbanistica, si svilupparono l'industria dello zucchero e della seta nel Val Demone, decadute nel Seicento per la concorrenza del lavoro schiavile nelle Americhe e della rivolta messinese ma sostituite dall'ampliamento dell'area vitivinicola e agrumicola. Il bilancio della presenza spagnola nella Sicilia moderna deve tener conto dei fattori negativi, dati soprattutto dal conservatorismo sociale, dalle scelte economiche sbagliate, dall'eccessivo fiscalismo, che tuttavia furono problemi generali di tutta la società spagnola e non certo conseguenza di una inesistente dominazione sui siciliani (che a questi errori contribuirono notevolmente), ma anche dei fattori positivi tra cui i parecchi secoli di pace interna assicurati dal far parte di una grande Potenza che bloccò l'espansionismo turco ed assicurò secoli di pace interna. La forza del sistema economico siciliano, pur diretto con criteri sbagliati, tipici delle credenze economiche dell'epoca e coinvolto nell'epocale crisi mediterranea di fine Seicento, si manifestò nelle capacità di reazione e di ricostruzione seguita alle grandi catastrofi naturali del 1669 a Catania e in tutta l'area etnea (l'eruzione che giunse sino all'interno delle mura cittadine interrando il castello Ursino) e del 1693, il terribile terremoto che atterrò Catania, Noto e distrusse in tutto o in parte una cinquantina di centri della Val di Noto provocando sul momento 60.000 vittime. La grande crisi secentesca determinò in tutta Europa tensioni sociali e malcontento che sfociarono in episodi numerosi di sommosse, tumulti, moti, jacqueries, rivoluzioni, che non lasciarono immune neanche la Sicilia, dove si registrarono una serie di rivolte in tutti i centri dell'isola, e soprattutto a Palermo nel 1647 e, molto più grave, a Messina (1674-1678). I messinesi trovarono l'appoggio delle armate di Luigi XIV che vennero a combattere nella terra siciliana, ma la loro sconfitta segnò la tragica fine della loro città come grande centro mercantile e manifatturiero, e il crollo economico dell'intera area della seta (il Valdemone) che su questa attività si reggeva. L'ultimo re della dinastia degli Asburgo spagnoli, Carlo II, morì senza figli, e per i legami che Case regnanti avevano tra di loro molti sovrani e principi europei potevano avanzare pretese al trono rimasto vuoto. Ciò diede l'avvio alla guerra di successione spagnola (1701-1713) in seguito alla quale i territori italiani non ebbero più una relazione diretta con la Spagna, la cui corona era passata ai Borbone. Con la pace di Utrecht (1713) il Regno di Sicilia fu dato aVittorio Amedeo II di Savoia il cui regno durò un quinquennio.

Epoca borbonica
La Spagna sotto la direzione dell'Alberoni tentò di riconquistare i domini italiani e nel 1718 un esercito sbarcò in Sicilia occupandola. La formazione immediata della Quadruplice alleanza costrinse la Spagna a recedere dal suo proposito; e allora la Sicilia fu ceduta all'Austria, che non aveva cessato di reclamarla, passava sotto quella potenza per la ricordata pace di Utrecht. Il figlio di secondo letto di Filippo V, della nuova dinastia borbonica di Spagna, Don Carlos, durante la guerra di Successione polacca compì (1734) una spedizione vittoriosa nel regno che riacquistò in lui un re indipendente, pur essendo strettamente legato politicamente alla Spagna. Sotto di lui (Carlo III, 1734-1759) e sotto il figlio Ferdinando IV, finché fu al governo il Tanucci, si ebbe un indirizzo riformatore. Dopo il ritiro del Tanucci e soprattutto dopo l'inizio della Rivoluzione Francese prevalse un indirizzo reazionario: questo non fece che favorire nella gente colta lo sviluppo delle nuove idee (il cosiddetto giacobinismo). A Palermo si ebbe nel 1795 la congiura del repubblicanoFrancesco Paolo Di Blasi. Nel 1799 e poi nel 1806-1814 Ferdinando III, per le pressioni dell'Inghilterra, concesse alla Sicilia nel 1812 una nuova costituzione con le due camere dei Pari e dei Comuni, di tipo inglese.
Ferdinando III era stato costretto a concedere la costituzione anche dal fatto che la nobiltà, di dubbia devozione, aveva abbandonato la monarchia. Così, il sovrano era rimasto quasi isolato e non aveva potuto resistere alle pressioni del rappresentante inglese a Palermo, Lord Bentinck. Questo spiega la soppressione del parlamento attuata dal re il 15 maggio 1815, non appena fu sicuro del suo ritorno sul trono di Napoli, e il decreto dell'8 dicembre 1816 con cui ordinava che tutti i suoi domini al di là e al di qua del Faro, cioè i due regni, sino allora distinti, di Napoli e di Sicilia, dovessero formare l'unico Regno delle due Sicilie. Quasi contemporaneamente procedeva all'abolizione delle libertà e delle franchigie della Sicilia, delle sue leggi, dei suoi ordinamenti, della sua zecca e delle sue magistrature. Ma una simile condotta destò subito nell'isola una viva opposizione, che condusse alla rivolta scoppiata nel luglio del 1820, subito dopo quella di Napoli: qui la Carboneria e i militari napoleonici avevano chiesto e ottenuto la costituzione, mentre a Palermo si voleva il riconoscimento dell'indipendenza siciliana. Tuttavia questa richiesta non trovò ascolto neppure presso il nuovo parlamento napoletano, e anche i deputati videro nell'indipendenza dell'isola il perpetuarsi dei privilegi feudali più che la garanzia di una vita libera. Sicché si disposero a sottomettere con la forza Palermo e sconfessarono la convenzione firmata da Florestano Pepe il 5 ottobre, invitando Pietro Colletta che ben presto ebbe ragione della resistenza dei siciliani.
Il particolarismo palermitano non aveva affatto giovato alla rivoluzione napoletana, che si era anzi dovuta logorare nel grave e difficile problema interno. D'altronde, anche quella rivoluzione era piuttosto un ricordo del periodo napoleonico che un'anticipazione dei moti risorgimentali e, pertanto, neppure essa poté resistere a lungo all'esercito austriaco. Negli anni seguenti, che furono gli anni centrali della Restaurazione, Ferdinando I, Francesco I e, soprattutto, Ferdinando II, salito al trono nel 1830, cercarono di temperare il loro governo con un paternalismo, in diverse occasioni, moderato e che voleva apparire desideroso di nuovi metodi. Ma questo non impedì che si susseguissero diverse congiure, fra le quali la più nota è quella del 1º settembre 1831, in cui gli insorti, guidati da Domenico di Marco e appartenenti in maggioranza al ceto degli artigiani (che, allora, erano legati alla nobiltà), percorsero Palermo chiedendo la costituzione. Nel 1837 un'altra rivoluzione scoppiava a Catania e a Siracusa, favorita dalle condizioni in cui versavano le popolazioni colpite dalla carestia e dal colera. Meno avvertita fu in quest'ultimo moto l'esigenza dell'autonomia, che invece continuava ad essere sentita a Palermo, come dimostrò la rivoluzione del 12 gennaio 1848, una rivoluzione che precedette tutte le altre che scoppiarono in quell'anno, ma che pure non esercitò grande influenza proprio perché ancora animata dallo spirito d'indipendenza isolana.
In un primo momento la Sicilia sperò di riuscire ad ottenere da Ferdinando II una costituzione separata, ma il parlamento, radunatosi il 25 marzo, presieduto da Vincenzo Fardella, dovette prendere atto del preciso rifiuto del re e allora dichiarò, nell'aprile, decaduta la monarchia borbonica e, dopo aver conferito a Ruggero Settimo, capo del governo provvisorio, la reggenza, facendo uso dei diritti di “Stato sovrano e indipendente”, scelse il nuovo re nella persona di Alberto Amedeo di Savoia, duca di Genova e figlio di Carlo Alberto. La Sicilia troppo apertamente trasferiva sul piano italiano le sue aspirazioni di indipendenza, mostrando d'intendere la sorte della penisola come una confederazione di liberi stati. Approfittando dell'isolamento in cui si trovava la Sicilia, fu più facile al Borbone, vittorioso aNapoli sul parlamento nella giornata del 15 maggio, condurre la lotta contro la Sicilia; nel settembre, Messina, lungamente bombardata dovette cedere ed entro il 1848 le truppe napoletane completavano l'occupazione della costa orientale, investendo poi, nel nuovo anno, Palermo. Nel 1849, la resistenza che questa città condusse per diverso tempo apparve troppo ai patrioti che ancora combattevano aRoma e a Venezia sotto una diversa luce perché tutti si sentivano legati allo stesso destino e la causa di uno era la causa di comune. Ma ormai non c'era più nulla da fare di fronte alla reazione che stava per trionfare in Italia e in Europa: il 15 maggio 1849 Ferdinando IIritornava in possesso di Palermo e, conseguentemente, di tutta l'isola. Era stata un'amara esperienza, che però diede i suoi frutti nel decennio successivo, quando l'opinione pubblica siciliana si orientò, come avveniva nelle altre parti della penisola, verso il Piemonte e il Cavour.

Unificazione italiana
Alcune insurrezioni rivelarono qual era lo stato d'animo dei Siciliani, finché il 4 aprile 1860, scoppiò la rivolta, capeggiata da Francesco Riso, che fu detta del convento della Gancia. Le truppe borboniche ne ebbero abbastanza facilmente ragione, ma essa offrì il modo a Crispi di dimostrare a Garibaldi come l'isola fosse pronta ad accogliere la spedizione che questi aveva in animo di fare, dopo però che il popolo siciliano si fosse sollevato. La campagna nell'isola contro le forze borboniche fu molto più rapida di quanto si credesse: il 14 maggio da Salemi Giuseppe Garibaldi assumeva la dittatura della Sicilia in nome di Vittorio Emanuele II; il giorno dopo sconfiggeva il nemico aCalatafimi, aprendosi la via per Palermo, ove giungeva il 27 maggio. Il 2 giugno il generale formava un ministero, nel quale la figura predominante era il Crispi e, poco dopo, scacciava dall'isola l'inviato di Cavour, il La Farina, ma accettava la collaborazione del Depretis, pure inviato da Cavour, nominandolo anzi prodittatore. Con la battaglia diMilazzo del 20 luglio tutta la Sicilia era conquistata e la spedizione continuava nel continente.
Tuttavia una non indifferente parte della classe dirigente insulare era contraria ad un'annessione pura e semplice e avrebbe voluto conservare l'autonomia, ma Cavour, facendo votare per la fusione, infranse queste aspirazioni. Il popolo, tradito nelle promesse di riforma (soprattutto agraria) e dai sorprusi dei nuovi governanti, ebbe maggiormente a soffrire dell'unità, e, pertanto, alimentò quello che fu detto il fenomeno del brigantaggio, fenomeno sociale di ribellione, appunto, al nuovo dominio. Tale situazione portò alla rivolta di Palermo del settembre del 1866, in cui si trovarono unite a combattere il governo della Destra e le due opposizioni: da un lato il clero e le classi popolari e dall'altro i democratici e repubblicani, che raccoglievano parte della borghesia delusa dell'unità. Per sette giorni Palermo fu tenuta sotto scacco dagl'insorti e si dovette mandare il generale Raffaele Cadorna per aver ragione della rivolta, venuta alla storia comedel 7 e mezzo.
Dal 1886 al 1894 le condizioni dell'isola invece di migliorare peggiorarono, soprattutto in conseguenza delle leggi economiche del governo centrale, favorente l'economia settentrionale, e della rottura dei rapporti commerciali con la Francia nel 1887 che danneggiò notevolmente l'agricoltura meridionale. Nelle campagne il disagio dei contadini era aggravato dall'occupazione dell'esercito delle terre demaniali, che destò una viva resistenza e che portò al tragico episodio di Caltavuturo (gennaio 1893), quando le truppe governative spararono sui contadini uccidendone undici, mentre nelle campagne e nelle zolfare gli operai chiedevano o lavoro o aumento dei salari. Intanto, a cominciare dal 1890-91, la propaganda socialista era penetrata nell'isola ed erano sorti, numerosi, i Fasci dei lavoratori. Il movimento, che si estendeva sempre più, favorito dalla cattiva situazione economica, fu affrontato dal secondo governo del sicilianoFrancesco Crispi con la forza: fu decretato lo stato d'assedio e sospesa la libertà di stampa, furono sciolti i Fasci e gli arrestati deferiti ai tribunali militari. Le condizioni dell'isola non migliorarono granché, neppure durante il decennio giolittiano che anzi, col protezionismo industriale, peggiorò la situazione del Meridione in grande prevalenza agricolo. Dopo Crispi un altro siciliano fu presidente del Consiglio:Antonio di Rudinì. Nel Novecento lo saranno anche Vittorio Emanuele Orlando e Mario Scelba.
Dopo la prima guerra mondiale anche in Sicilia, come nelle altre regioni del Sud, frequenti furono le invasioni dei terreni da parte dei contadini affamati di terra e desiderosi di strapparne un pezzetto al feudatario o al grosso latifondista. Ma il regime totalitario non riuscì a risolvere nessuno dei problemi della Sicilia (nemmeno quello della mafia, che pure si vantò di aver estirpato), sicché tutti quei problemi si ritrovarono immutati dopo la seconda guerra mondiale. Gli sbarchi anglo-americani, nel luglio del 1943, provocarono danni notevoli e solo lentamente la Sicilia si risollevò. Il generale britannico Harold Alexander, che nella sua veste di comandante supremo dell'armata era anche governatore militare delle zone occupate, ma il vero responsabile era il colonnello Charles Poletti, capo dell'Ufficio Affari civili dell'AMGOT. Nel febbraio 1944 gli Alleati riconsegnarono l'isola al governo italiano del Regno del Sud, che nominò un Alto commissario. Intanto, però, riprendeva forza l'antica tendenza all'indipendenza ed all'autogoverno, che nel secolo scorso aveva spinto i siciliani a chiedere il distacco dall'Italia. Si sviluppò il movimento separatista. Esso tenne agitata la vita dell'isola per diversi anni, finché si andò spegnendo, anche per l'istituzione, con il Decreto regio 15 maggio 1946, della Regione Siciliana, che concedeva lo statuto speciale d'autonomia.
Nell'aprile del 1947 veniva eletto il primo parlamento siciliano, che il 30 maggio eleggeva il primo governo regionale.

Indipendentismo e autonomismo
Doverosa premessa è che proprio per la sua insularità, per la sua posizione geografica nel Mediterraneo e per la sua unicità culturale, la Sicilia ha sempre goduto di larga autonomia nell'ambito di più vasti imperi, quando non inquadrata in un proprio regno, sostanzialmente indipendente per sei secoli.[senza fonte] Le origini di un movimento indipendentista moderno in Sicilia sono invece da ricercare nelle rivolte separatiste del 1820 e nella Rivoluzione indipendentista siciliana del 1848. La data di nascita di un sentimento indipendentista spontaneo (nell'epoca contemporanea), all'interno dello Stato Italiano, può essere considerata il 16 settembre 1866, in cui il popolo siciliano si ribellò, in maniera più o meno violenta, alla dominazione del neonato Regno d'Italia. Quella rivolta fu chiamata del "sette e mezzo", quanti furono i giorni che durò. La ribellione infiammò tutta Palermo, la quasi totalità delle città siciliane e comprendeva molte fazioni politiche nate durante il Risorgimento (repubblicani, filo-clericali, filo-borbonici). Tale rivolta fu sedata violentemente dall'Esercito Italiano e ogni intento di ribellione in nome di una nazione siciliana fu continuamente represso fino alla quasi totale scomparsa del movimento. Nel Primo dopoguerra il sentimento sicilianista rinacque e si rispense con l'avvento del fascismo, dopodiché con lo Sbarco degli Alleati assunse nuovo vigore il separatismo, si costituirono il MIS (guidato dalla figura carismatica di Andrea Finocchiaro Aprile),che alla fine della seconda guerra mondiale vantava più di cinquecentomila iscritti[senza fonte], l'E.V.I.S. il suo braccio militare, (capeggiato prima da Canepa e poi da Giuliano) e altri movimenti minori. Dopo la fallita indipendenza e il compromesso autonomista raggiunto con la nuova Repubblica Italiana, l'indipendentismo siciliano andò sempre più scemando e i consensi elettorali nei confronti dei partiti separatisti furono sempre più bassi, e solo alle elezioni del 1947 per l'Assemblea regionale siciliana il MIS ottenne dieci deputati e scomparve già alle elezioni del 1951.
Gli ideali autonomisti e indipendentisti sembrano rinascere ciclicamente: nel 1951 con la Concentrazione autonomista di Paolo D'Antoniche ottenne solo tre deputati; nelle elezioni del 1959 con l'Unione Siciliana Cristiano Sociale di Silvio Milazzo che ottenne 10 deputati; nel 2001, con Nuova Sicilia di Bartolo Pellegrino e Nicolò Nicolosi, con 5 deputati; nel 2006 con il Movimento per l'Autonomia di Raffaele Lombardo. Vi sono poi alcuni movimenti e forze extra-parlamentari che oltre a una maggiore autonomia dell'isola, chiedono l'indipendenza. Attualmente in Sicilia ci sono dei gruppi separatisti, tra cui il MIS (ritornato alla politica attiva nel 2004), il FNS e Terra e Liberazione, oltre a partiti autonomisti, quali i già citati MPA e Nuova Sicilia, il Patto per la Sicilia, Alleanza Siciliana e l'Altra Sicilia-Antudo, tutti con una discreta quantità di simpatizzanti o militanti[senza fonte], ma senza rappresentanti in Parlamento o all'Ars. Molti di questi partiti oggi lottano per il rispetto dello statuto speciale siciliano, che non viene rispettato al 100%, o addirittura per una radicale riforma dello stesso perché viene considerato vetusto e non al passo coi tempi.


 
 
Torna ai contenuti | Torna al menu