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Santa Margherita di Belice

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Santa Margherita di Belice



Palazzo Gattopardo

Santa Margherita di Belìce
(Santa Margarita in siciliano) è un comune italiano di 6 386 abitanti[1] della provincia di Agrigento, in Sicilia.
Sorge nella zona sud-occidentale della Sicilia, a 400 metri sul livello del mare, tra i fiumi Belìce, Senore e Carboj, alla confluenza delle province di Palermo, Trapani e Agrigento.


Veduta dai ruderi della città antica.

Storia
Già dalla preistoria si hanno notizie della presenza di Sicani, poi di greci e di romani. Si presume che nell'epoca della dominazione araba sia la fondazione in questo territorio del casale di Manzil-Sindi (dal nome di un loro condottiero, Muhammed-ibi-as-Sindi). Successivamente, con la venuta dei Normanni, il territorio del Casale Manzil-Sindi prese il nome di "Misilindino" o "Misirindino".
La fondazione del paese si deve al barone Antonio Corbera, il 2 giugno 1572, con una licentia populandi concessa dal re di Spagna Filippo II, per sua richiesta di una maggiore popolazione. In questo documento c'era scritto: «Ordiniamo e concediamo, che liberamente possiate e vogliate popolare e abitare la detta baronia e feudo, contornare la Terra di mura, munirla e circondarla con altre torri, di imporre dazi, gabelle e facoltà di costituire e nominare i giudici, i giurati e stipulare convenzioni con gli abitanti».
Nel 1610 il re Filippo III di Spagna, con una nuova licentia populandi, oltre a confermare la precedente, autorizzò a dare il nome di Santa Margarita, al nuovo paese. I principi Filangieri, succeduti ai baroni Corbera, antenati dello scrittore Giuseppe Tomasi di Lampedusa, diedero impulso al paese con la costruzione di diversi edifici e facendone aumentare la popolazione.
Tra i Filangieri di Santa Margherita di Belìce si annoverano tre viceré di Sicilia: Alessandro I, Alessandro II e Nicolò I, che nel 1812 ospitò nel Palazzo di Santa Margherita, per circa tre mesi, il re Ferdinando, la regina Maria Carolina (la Donnafugata) e il principe Leopoldo di Borbone.
Lo scrittore Giuseppe Tomasi di Lampedusa, innamorato della sua residenza margheritese e di questa terra nella quale ha vissuto i momenti più belli della sua infanzia, ne parla nel suo libro Racconti e ambienta parte del suo famoso romanzo Il Gattopardo proprio nella sua residenza di campagna di Santa Margherita.
Nel 1963 il celebre regista Luchino Visconti riproduce le vicende del romanzo realizzando uno dei colossal più conosciuti al mondo, vincitore della Palma d'oro come miglior film al 16º Festival di Cannes e successivamente selezionato tra i 100 film italiani da salvare.
La notte del 15 gennaio 1968 un violento evento sismico si abbatté sulla cittadina e sull'intero territorio belicino, modificando per sempre lo stile di vita dei suoi abitanti.
La cittadina è stata scelta da registi come ambientazione di film, fiction e programmi televisivi: oltre Il Gattopardo (1963) si può ricordare La smania addosso (1962), I briganti di Zabut (1997), la serie televisiva Il segreto dell'acqua (2011) e la trasmissione televisiva Mezzogiorno in famiglia.
Monumenti e luoghi d'interesse[modifica | modifica wikitesto]
Palazzo Filangeri di Cutò, meglio conosciuto come Palazzo Gattopardo. Quasi completamente distrutto durante il terremoto (si salvò solamente la facciata), è stato in seguito parzialmente ricostruito ed oggi è la sede del Municipio, del Museo del Gattopardo, dell'Istituzione Parco Letterario Giuseppe Tomasi di Lampedusa e del Teatro Sant'Alessandro.
Museo del Gattopardo. Vi si trovano le riproduzioni dell'originale manoscritto e dattiloscritto del romanzo, donate da Gioacchino Lanza Tomasi. Sono esposte anche altre teche contenenti le lettere, gli appunti, la documentazione e le foto d'epoca dello scrittore; ci sono postazioni multimediali che fanno rivivere i saggi critici e i film dedicati all'opera. Si possono anche vedere e ascoltare le interviste a Claudia Cardinale e Alain Delon, indimenticabili interpreti del film di Luchino Visconti, così come lo stesso manoscritto, la sua stesura, le correzioni apportate. Pagina dopo pagina, bozze e correzioni, fino alla stesura finale. Vi è anche la rappresentazione, attraverso un piccolo museo delle cere, di una scena del “Gattopardo” viscontiano.
Museo della Memoria. Si tratta di uno spazio realizzato utilizzando i ruderi dell'ex Chiesa Madre restaurati, un tempo luogo di ritrovo e punto di incontro e di riferimento delle attività religiose e sociali del paese e poi rovinosamente distrutta dalle scosse sismiche. Al suo interno centinaia di fotografie guidano il visitatore alla scoperta della Valle del Belìce e dei suoi nove paesi (Gibellina, Montevago, Salaparuta, Poggioreale, Santa Margherita di Belìce, Santa Ninfa, Sambuca di Sicilia e Vita) prima di quella sconvolgente notte del 15 gennaio 1968. Decine e decine di scatti fotografici che immortalano volti di uomini, donne e bambini, di case distrutte, di paesi stravolti e in particolare di macerie. E poi tutte le fasi dei primi soccorsi, gli aiuti, le baracche, fino ad arrivare alla ricostruzione urbanistica, ma anche alla rinascita umana di tutta quella gente che si ritrovò protagonista di quel tragico evento.
La Villa del Gattopardo. Adiacente al palazzo sorge ancora oggi il giardino con gli alberi secolari, realizzato sul finire del secolo XVII, mirabilmente descritto da Giuseppe Tomasi di Lampedusa in I ricordi d'infanzia. “Il giardino, come tanti altri in Sicilia, era disegnato su un piano più basso della casa, credo affinché potesse usufruire di una sorgente che lì sgorgava…” “…nel furore dell'estate quando la sorgente scemava il suo gettito era un paradiso di profumi, riarsi di origano e nepitella, come lo sono tanti giardini in Sicilia, che sembrano fatti più per il godimento del naso che dell'occhio”.

La Villa Comunale. Tale villa si trova all'ingresso del paese e si sviluppa su un'area a forma allungata con un viale che la percorre interamente. All'estremità del viale si trovano: il tempietto a pianta circolare del "Café House", fatto costruire nella seconda metà dell'Ottocento e la statua di Flora posta su un basamento nel piazzale antistante il tempietto. Anch'essa descritta da Giuseppe Tomasi di Lampedusa in I ricordi d'infanzia: "Nei pomeriggi autunnali piovosi la passeggiata si limitava alla Villa Comunale. Questa era posta al limite settentrionale del paese, proprio sul dirupo che contemplava la grande vallata che è forse l'asse principale est-ovest della Sicilia...Era stata donata al Comune da mio nonno ed era di una malinconia senza limiti: un viale abbastanza lungo e bordato da cipressi giovani e da vecchi lecci affluiva in un piazzale...ed a sinistra una sorta di chiosco tempietto con cupola sferica dal quale si poteva guardare il panorama. E ne valeva la pena...”
Il Parco della Rimembranza. Quest'area faceva parte di un vasto appezzamento prima appartenente alla Chiesa e al Convento dei Padri Riformati (XVIII sec.). Il terreno, successivamente espropriato, divenne proprietà del Comune, che in una parte edificò il Parco. Al suo interno vi è un piazzale circolare dove si trova il monumento ai Caduti.
Quartiere San Vito, storico quartiere sopravvissuto al terremoto, disabitato, fotografia della forza devastante del terremoto.
Facciata del cimitero comunale progettata dall'architetto Giovan Battista Filippo Basile.
Statua bronzea raffigurante Giovanni Paolo II inaugurata il 9 maggio 2016 sul sacrato della chiesa Madre di Santa Margherita Belice realizzata dall'artista margheritese Gabriele Venanzio con l'obiettivo di rappresentare un ulteriore legame tra la comunità margheritese e il Papa che il 9 maggio 1993, nella Valle dei Templi di Agrigento, ha venerato il Crocifisso di Santa Margherita, collocato sull'altare della celebrazione eucaristica, e al cospetto del quale ha lanciato il duro anatema contro la mafia all'indomani delle stragi che costarono la vita ai giudici Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Francesca Morvillo e agli agenti della scorta.

 
 
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