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Paternò



Paternò (IPA: [paterˈnɔː], Patennò in siciliano) è un comune italiano di 48.013 abitanti della città metropolitana di Catania in Sicilia.
Dista 18,4 km dal capoluogo[2] e 183,7 km dal capoluogo di regione (Palermo)
.

Territorio

Paternò è un centro urbano di medie dimensioni situato nell'entroterra etneo e fa parte dell'omonima area etnea. Il territorio comunale confina nella parte occidentale con Centuripe, in provincia di Enna, e Biancavilla e nella parte meridionale con i comuni di Castel di Judica e Ramacca, appartenenti al distretto del Calatino. A nord confina con le ex frazioni paternesi di Ragalna e S. Maria di Licodia, ad est confina con Belpasso.
Il territorio è situato alle pendici sudoccidentali dell'Etna, ha un'altitudine media di 290 m s.l.m., una superficie complessiva di 144,04 km²[4] ed una popolazione che sfiora i 50 000 abitanti.
Il centro storico di Paternò si presenta delimitato da nuovi quartieri, tra cui quello "satellite" di ampie dimensioni dell’Ardizzone; il colle, che gli abitanti chiamano "Collina storica", essendo la parte in cui vi sono concentrati i più importanti monumenti della città, nonché il suo nucleo originale e antico, fa anch'esso parte del centro storico.
A seguito dell'ordinanza emessa dalla Presidenza del Consiglio dei ministri entrata in vigore il 20 marzo 2003, e deliberata dalla Giunta regionale siciliana il 19 dicembre, la classificazione sismica attribuita al territorio del Comune di Paternò è quella di Zona 2 (sismicità media).
Dal punto di vista geomorfologico, il territorio comunale di Paternò è suddiviso in due aree ben definite, con i terreni di origine lavica nelle contrade verso le pendici dell'Etna e i terreni di origine alluvionale lungo la Valle del Simeto e la Piana di Catania[6].
La città, invece, è racchiusa in una conca delimitata dall'antico vulcano preistorico che fu il luogo dove sorse il primo nucleo abitato. Ubicate nella parte nordoccidentale del territorio comunale, le Salinelle, importante sito di interesse naturalistico.
IdrografiaUna buona parte de territorio paternese ricade nel bacino idrografico del fiume Simeto. Il territorio, inoltre è caratterizzato dalla presenza di numerose sorgenti idriche, in quanto si incontrano gli strati lavici permeabili con quelli argillosi impermeabili, facendo fuoriuscire le acque provenienti dal bacino idrografico dell'Etna. Le sorgenti più importanti sono Monafria, Maimonide e Currone[7].
Flora e fauna
Il territorio di Paternò presenta una scarsa presenza di boschi, ma ciò è dovuto principalmente al fatto che, grazie alla fertilità dei terreni, utilizzati per le coltivazioni, soprattutto quelle agrumarie[8], si è dedicato molto spazio all'attività agricola.

Clima

Dal punto climatico Paternò si presenta variabile a seconda della stagione: più mite di tipo continentale nel periodo invernale[9] e più torrido in quello estivo.
È classificata quale zona climatica di tipo C.

Origini del nome

Sull'origine del toponimo «Paternò» nel corso dei secoli, vari studiosi hanno formulato diverse ipotesi su quale possa essere l'origine o il significato del nome della città etnea.
Tra le ipotesi, sono degne di segnalazione quelle dello storico Gaetano Savasta (in Memorie storiche della città di Paternò, 1905), e del linguista Giovanni Alessio, che nei loro studi si sono orientati verso l'ipotesi di un'origine bizantina del nome. L'Alessio sostiene che il nome di Paternò sia legato a quello del vicino centro di Adernò, anch'esso di origine bizantina, e l'etimologia deriverebbe dall'espressione in lingua greca ep-Adernòn, che significa «verso Adernò»[11]. Ma questa ipotesi, oltre ad essere semplicistica, non è suffragata da alcuna fonte storica. Il Savasta, invece, ha formulato l'ipotesi che il toponimo abbia origine latina e che derivi da Paetram Aitnaion, il cui significato sarebbe «Rocca degli Etnei» (riferendosi all'antico toponimo di Aitna). Ipotesi quest'ultima simile a quella formulata nel XVI secolo dallo storico Leandro Alberti, per il quale il toponimo comparve sotto i Romani.
Mimmo Chisari nell'opuscolo sulla città afferma che forse il borgo fu chiamato Batarnù da un’etimologia latino-bizantina dove paternum praedium cioè “proprietà terriera ereditata dal padre” veniva pronunciato Paternón, per passare poi nella forma ufficiale dei testi antichi Paternio e quindi arrivare all’attuale Paternò
Il geografo arabo Al-Muqaddasi, nella sua descrizione della Sicilia (scritta intorno all'anno 988) denomina la città come Batarnù e afferma che il toponimo era preesistente alla dominazione araba.
In seguito alla conquista normanna (1061) il sito verrà quindi denominato Paternionis.
Storia

Età antica

La frequentazione umana del territorio è attestata a partire dal Neolitico, mentre tracce di insediamenti risalirebbero all'età del rame e del bronzo[12]. La fondazione dell'odierna città di Paternò viene fatta risalire all'epoca anteriore a quella greca, su un sito di origine vulcanica, che fu probabilmente abitato fin dall'età di Thapsos[13].
In origine dovette trattarsi di un villaggio dei Sicani, i quali sarebbero stati successivamente cacciati dai Siculi, che vi si insediarono intorno al IV millennio a.C., sfruttarono il tipo di superficie per cavare dalle rocce i blocchi di lava ed estrarre gli utensili da lavoro e le macine, e vi costruirono edifici sulla parte sommitale del colle vulcanico[6].
Questo nuovo centro abitato assunse il nome di Hybla (Υβλα), che per distinguerla dalle altre città con lo stesso nome, fu chiamata Hybla Gereatis (o Hybla Major). Nella stessa epoca e nella stessa area, sorse probabilmente il villaggio di Inessa (Ινεσσα). A fare menzione di queste due località, fu lo storico greco Tucidide, il quale affermò persino che i due villaggi fossero di origine sicula e li collocò nella medesima zona[14].
L'odierno abitato di Paternò fu in passato identificato con una di queste due antiche città sicane: secondo il prevosto e storico locale Gaetano Savasta[15] sarebbe stato identificabile con Inessa, mentre l'archeologo Paolo Orsi ipotizzò che si trattasse di Hybla, seguendo in questo alcuni studiosi seicenteschi, Filippo Cluverio (1619), Giovan Battista Nicolosi (1670)[16], e che Inessa corrisponda all'odierno centro di Santa Maria di Licodia[17]. Le fonti sono frammentarie e mancano campagne di scavo sistematiche che consentano di risolvere la questione.
Eppure un altro storico locale, il religioso Frà Placido Bellia, nel suo manoscritto dal titolo Storia di Paternò, che terminò nel 1808, vi attestò che nel suo convento furono rinvenute in uno scavo di ghiaia l'ara di cui sopra inciso "Veneri Hyblensi" e una lapide con scritta "Paternò Hybla Major", documenti conservati al Museo Biscari di Catania[18].
Le due città sicule caddero in mano greca attorno al 460 a.C., quando furono assaltate dai Siracusani guidati dal tiranno Gerone I. Ad Inessa si rifugiarono numerosi profughi provenienti da Katane, e fu successivamente denominata Aitna (Αίτνα)[6]. Esse furono altresì coinvolte nelle guerre tra i Siracusani e gli Ateniesi, da questi ultimi devastate, ed in seguito dai primi riconquistate nel 403 a.C., quando al potere salì Dionisio il Vecchio: ad Aitna Dionisio inviò nel 396 a.C., truppe di mercenari campani al suo soldo, i quali compirono numerose stragi di popolazione, per aver questi favorito gli Ateniesi nel 415 a.C.[19].
Aitna e Hybla, assieme alle altre città della Sicilia orientale, furono successivamente liberate nel 339 a.C. dai Corinzi guidati dal generale Timoleonte, che eliminarono i campani. Tracce dell'epoca greca a Paternò sono testimoniate da dei manufatti rinvenuti sulla rupe basaltica nel 1909, detti gli "argenti di Paternò", che oggi si trovano al Pergamonmuseum di Berlino[20].
I due centri caddero in mano ai Romani intorno al 243 a.C., e fu l'inizio di una dominazione caratterizzata dallo sfruttamento delle loro risorse, dalla schiavizzazione degli abitanti e dalla fiscalità oppressiva: Aitna e Hybla, infatti, furono inserite nell'elenco delle città decumane della Sicilia[21]. All'epoca romana risalgono resti di strutture quali l'acquedotto[22] e il Ponte di Pietralunga.
Età medievale[modifica | modifica wikitesto]
Dai bizantini all'Islam[modifica | modifica wikitesto]
Con la caduta dell'Impero romano d'Occidente, si persero le tracce delle due antiche città di Aitna e Hybla: secondo il geografo Strabone i due villaggi siculi scomparvero attorno al II secolo a.C..
Tra il IV e il V secolo d.C., la Sicilia passò sotto il dominio bizantino, e, secondo alcuni studiosi (Savasta ed altri), fu in quel periodo che nacque il nuovo toponimo di Paternò, anche se, in effetti, quello bizantino fu un periodo di declino politico ed economico che causò lo spopolamento del territorio, anche a causa delle continue scorrerie e attacchi di popolazioni barbariche e di saraceni.
Dell'epoca bizantina si hanno scarse notizie nelle fonti storiche, gran parte delle quali riportano scarne informazioni in merito all'intenso processo di cristianizzazione che portò alla diffusione dello stile di vita monastico e alla costruzione di eremi, tra i quali, quello importantissimo di San Vito (dal VI secolo).
Occupata dagli Saraceni verso il 901, il borgo fu chiamato Batarnù[24] e amministrativamente fu integrata nel Val Demone. Grazie alla fertilità dei luoghi si assistette ad una costante ripresa delle attività agricole e pastorizie in tutto il territorio.



 
 
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